Panbrioche al kefir

Quanto è diffuso l’annoso problema dello smaltimento del kefir? Tanto quanto quello dell’esubero di pasta madre, penso. Perché dovendolo fare tutti i giorni, o uno non cambia mai colazione e quindi è potenzialmente un serial killer, oppure si inventa un ripiego per farne qualcosa prima di essere assalito dalla fortissima tentazione di farlo volare fuori dalla finestra.

Fortunatamente il numero di foodblogger supera quello dei serial killer*, per cui si trovano facilmente on line risorse per investire quantitativi anche significativi di kefir e, unendo l’utile al dilettevole, pure di pasta madre. Un connubio che, lasciatemi dire, risulta davvero invitantissimo per ricchezza e morbidezza e fa passare ogni velleità di sbarazzarsi dei grani.

‘* Penso, spero.

Ricetta vista qui, su creando si impara.

Ingredienti (per una teglia da 28 cm, mi pare):
150 g pasta madre
600 g farina 0
300 g kefir
2 uova
50 g burro
100 g zucchero
1 scorza di limone
1 pizzico di sale

A fine cottura: 3 cucchiai di zucchero e due d’acqua

In teoria avrei dovuto lavorare il burro con lo zucchero e separatamente impastare kefir, pasta madre e farina.
Di fatto, il procedimento che ho seguito è quello che utilizzo abitualmente con il pan brioche, per cui ho sciolto la pasta madre nel kefir, integrato la farina e lo zucchero frullato con la buccia di limone, quindi le uova (inserendole una alla volta), il burro a tocchetti (inserendone poco per volta) e chiudendo col tocco di classe che è il pizzico di sale. L’impasto era morbido, ma sodo, per cui ho appallottolato e riposto mezza giornata a riposare.
Ho poi ripreso l’impasto, creato 7 pallotte che ho riposto nel tegame a rilievitare, coperte con del cellophane, per un’oretta. Nel frattempo, ho acceso il forno a 180° statico.
Ho quindi infornato per circa 30 minuti.
Appena sfornato, ho spennellato con lo sciroppino a freddo in cui avevo sciolto lo zucchero vanigliato fatto in casa (questo per spiegare come mai sembra che il mio pan brioche sia coperto di fuliggine).

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Simil-Gubana con impasto allo yogurt

Mio fratello un giorno parlando mi chiede di fargli la gubana, assaggiata in vacanza e mai più dimenticata. E io quando mi chiedono di mettere in uso la pasta madre non mi tiro mai indietro.

Così ho cercato una ricetta che mi convincesse e ovviamente quando ho visto che c’era su quella garanzia del blog Profumo di Lievito, già sapevo dove sarei andata a parare. Unico problema: avevo del kefir da impiegare a tutti i costi. Allora ho tenuto il ripieno della ricetta di Profumo di Lievito e l’ho applicato a un impasto di yogurt (che ho sostituito col mio kefir) espunta da Cappuccino e Cornetto, e più precisamente qui.

Eccomi così all’opera in una ricetta al solito ibrida e un po’ inventata, ma basata su due garanzie!

Per l’impasto al kefir
100 g di latte
semi di 1 bacca di vaniglia
125 g di kefir
120 g di pasta madre rinfrescata
50 g di zucchero
60 gr di burro
450 gr di farina 0
2 uova
1 pizzico di sale

Per il ripieno:
220 g uvetta
90 g rum
80 g mandorle
80 g noce
50g nocciole
30 g pinoli
100 g zucchero
1 cucchiaio miele
1 buccia di arancia grattuggiata
1 buccia di limone grattugiata
40 g burro
1 uovo
120 g di biscotti secchi
50 g arancia candita
50 g cioccolato fondente

Per decorare:
latte
uovo
codette colorate o zuccherini

Procedimento
Scaldare il latte con la bacca di vaniglia incisa e lasciare raffreddare.
Nella planetaria impastare la farina, la pasta madre spezzettata, il kefir e lo zucchero con la foglia. Aggiungere quindi anche il latte e il sale. Unire le uova una per volta, e quando la consistenza diventa più soda, sostituire con il gancio per incordare. Aggiungere da ultimo il burro morbido in più riprese. L’impasto è molto morbido: va tolto con un leccapentola dalla planetaria e lavorato su spianatoia infarinata, quindi lasciaot a lievitare in recipiente chiuso fino al raddoppio (per me circa 8 ore, ma dipende dalla prestanza della pasta madre e dalla temperatura in cucina).

Nel frattempo, preparare il ripieno: lasciare in ammollo l’uvetta nel rum una mezz’oretta, quindi frullare la frutta secca, poi aggiungere mano a mano il resto degli ingredienti, compresa l’uvetta scolata, sempre frullando. Io ho usato il Bimby che mi ha consentito di ottenere un bell’impasto collosetto e fine.

A prima lievitazione conclusa, stendere l’impasto, distribuire il ripieno, arrotolare diagonalmente (come viene mostrato nelle foto del blog Profumo di Lievito o in questo video) e acchiocciolare il filone ottenuto su se stesso. Lasciare lievitare nuovamente fino a raddoppio (altre 6 ore circa, per me; in realtà io volevo che i sapori si fondessero bene, per cui ho riposto la chiocciola in frigo mezza giornata e poi l’ho fatta lievitare durante la notte).
Prima di infornare, spennellare con latte e/o uova e distribuire gli zuccherini. Cuocere infine a 170° per 45 minuti (io ho fatto la prova stecchino).

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Focaccia dolce

Ricetta espunta da Dolce Salsarosa e più precisamente da qui.

Ingredienti (per una teglia 30×40):
200 g di pm
150 ml acqua
300 g farina 0
30 g zucchero di canna
30 g burro
1 pizzico di sale

Per finire
2 cucchiai burro
2 cucchiai zucchero di canna

Mi sono attenuta scrupolosamente (stranamente!) al procedimento indicato in ricetta, per cui ho sciolto la pasta madre nell’acqua, poi impastato con la planetaria prima farina e zucchero, poi burro e sale. Ho quindi appallottolato e lasciato riposare 5 ore prima di dare un giro di pieghe. Ho quindi lasciato riposare un’altra ora e steso nella leccarda su un foglio di carta da forno fino a coprire i 30×40 circa consigliati in ricetta. Ho coperto con un canovaccio mettendo in forno chiuso a lievitare per altre due ore , trascorse le quali ho preso a ditate l’impasto, ho cosparso di burro e zucchero e cotto per 20 minuti a 200° statico con un pentolino d’acqua sul fondo.

Si può servire tagliata in trancetti: scaldata un filo è la fine del mondo. La prossima volta proverò un impasto appena più idratato e cospargerò con zucchero a velo.

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Pane (poco) dolce macadamia, bacche di Goji malto e cioccolato bianco

Ricetta estrapolata da diversamentelatte e più precisamente da qui. Dio, quanto son buone le noci macadamia.

125 g pasta madre
150 ml latte (+ 2 cucchiai per spennellare)
85 g malto
3 cucchiai olio EVO
2 bacche di vaniglia (semi)
1 cucchiaino cardamomo
100 g farina farro
100 g farina arifa
70 g farina di blé
50 g manitoba

1 pizzico sale
50 g macadamia
50 g cioccolato bianco
20 g bacche di Goji

Sciogliere la pasta madre nel latte con il malto e aggiungere a pioggia le farine e l’olio. Impastare per qualche minuto e aggiungere spezie e sale. Continuare a impastare finché il composto non risulta liscio e omogeneo. Se necessario, aggiungere un goccino di tè raffreddato al composto per aiutare l’incordatura. Frullare a parte noci, cioccolato e bacche e incorporare all’impasto.
Riporre in una ciotola a lievitare per un’oretta circa, quindi riprendere, dare un giro di pieghe e sistemare nella teglia da plumcake.
Attendere il raddoppio, spennellare con il latte e infornare a 180 ° forno caldo statico per circa 30 minuti. Nella parte più bassa del forno, accomodare una teglia con un dito di acqua dentro in modo che in cottura si sviluppi una buona umidità. A 10 minuti dalla fine della cottura, rimuovere la teglia con l’eventuale acqua residua e terminare la cottura con lo sportello del forno lievemente aperto.

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Brioche semplice e indecorosamente buona

Quando leggo ricette con la pasta madre e nel titolo adocchio la parola semplice, provo sempre un’attrazione irrefrenabile. Perché ora che ho spacciato il mio terzo tocco di lievito (i primi due son finiti malissimo, speriamo che a questo capiti una sorte migliore) e ho dovuto mettere per iscritto tutto quel si fa/si deve fare per curarla bene… In effetti mi sono resa conto che è solo ad averci l’abitudine che la si può gestire bene, perché prendere il giro coi ritmi di estrazione dal frigo, rinfresco, impasto ecc…. Beh, insomma, è meno immediato di quel che si potrebbe pensare. E anche gli impasti: ora che ho un anno e mezzo di esperienza alle spalle inizio a capire, ma inizio. Appena. E ho panificato/sfornato a tutto spiano. Tipo che ho la tessera gold dell’Enel per l’uso del forno e posso accedere in visita a ogni mulino essendone tra i maggiori fruitori mondiali. Tipo che compro l’acqua, e solo una certa acqua, per loro (le mie due paste madri), il malto, la planetaria, il burro tedesco perché quello italiano no, non è di prima scelta e sulla temperatura a pomata ancora devo capire, il miele non contiene gli enzimi e l’incordatura con la prova velo mi risulta un tema ancora da sviscerare e sul quale ho già preso cantonate pazzesche, ma ci sto lavorando. Che al confronto fare i calcoli per il quantitativo di rinfresco è roba da dilettanti. E potrei andare avanti per ore sulla sfida continua che è avere la pasta madre e su come tutto si complichi rispetto al classico panetto di lievito di birra. Perché farsi del male, in conclusione? Perché c’è la stessa differenza che comprare la baguette pronta da scaldare in forno confezionata al supermercato vs quella del panificio artigianale che profuma di burro e Tour Eiffel. Perché un panozzo da chilo può serenamente durare dieci giorni. Perché si digerisce meglio di qualunque altro lievitato. Perché alla fine, quando hai preso il ritmo, capisci che non potresti vivere senza. Che se un giorno rientrassi dalle vacanze e la roba nel frigo fosse andata tutta a male perché si è rotto, l’unica cosa che veramente ti farebbe patire sarebbe il pensiero di aver ucciso il tuo ceppo batterico preziosamente allevato, impastato con le manine e odorato per sentirne l’aroma di farina a ogni rinfresco e a pieni polmoni.

E dopo questo inno alla Jole, torniamo all’impasto. Siccome è già complessa lei, gli impasti semplici – dicevo – inesorabilmente mi attraggono.

Così ho visto questo, da PandiPane che è uno di quei siti di cui ti puoi veramente strafidare. E mi son cimentata.

Semplici, si. Ma buone da offuscare temporaneamente ogni facoltà intellettiva.

Per 8 brioches al cioccolato

120 g PM

1 tuorlo

100 g latte

300 g farina 0 (per me Petra 1, la 0 l’avevo finita)

75 g zucchero

75 g burro

Semi di vaniglia

1 zesta limone

1 pizzico di sale

Avanzi di uova pasquali

 

Finitura:

albume

zuccherini

mandorle a scaglie

 

Sciogliere la pm con il tuorlo e il latte a temperatura ambiente (in teoria non ci andava versato tutto, io l’ho messo senza pormi troppi problemi). Aggiungere quindi lo zucchero, il restante latte alternandolo con la farina. Incordare e aggiungere da ultimo il burro a tocchetti e poi sale e scorza. Far lavorare l’impastatrice con il gancio fino a che l’impasto non si è raccolto bene come un fuso e si presenta liscio. Estrarre, pirlare e riporre in ciotola unta da 1 a 14 ore. Io ne ho attese 7.

Riprendere l’impasto freddo e spianare con il mattarello cercando di ottenere un tondo dal quale ricavare 8 triangoli.

Inciderne la base, farcirli con pezzetti di uova di pasqua e arrotolarli tirando un pochino l’impasto.

Lasciare lievitare fino a raddoppio, spennellare con albume, rifinire con zuccherini o mandorle o qualunque altra cosa solletichi il palato e cuocere a 170° statico sul ripiano basso con un recipiente contenente poca acqua sul fondo per 25 minuti.

Nota: le mie brioches hanno lievitato 12 ore, probabilmente troppo. Fortunatamente la sovralievitazione non ha impattato sul gusto, che è rimasto per nulla acido, ma ha reso più difficoltosa la cottura che ho prolungato rispetto alla ricetta originale e che presumibilmente avrei dovuto ulteriormente procrastinare: pur ottimissime, morbidissime, profumatissime e golosissime, son rimaste comunque appena umidine.

In ogni caso, ricetta da rifare quanto prima. Danno assuefazione.

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Prima della lievitazione

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Dopo la lievitazione

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Quelle col cioccolato al latte
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Le fondenti
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Cotte.. Che profumino!

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Colomba e pseudocolomba

Periodo pasquale e Pinterest diventa il criogiuolo dell’ovetto, del coniglietto, della colomba e dei meme religiosi e non che sono gli unici in cui non mi sono cimentata, ma che mi fanno sempre molto ridere.

Ciò che invece ho affrontato è stato, ringalluzzita dai successi di pandolci e pandori natalizi, la lunga via crucis (tanto per rimaner in tema) della colomba, salvo poi ritrovarmi all’ultimo istante con uno stampo avanzato che ha poi originato la pseudocolomba, ovvero un panbrioche coi canditi che della complessa lavorazione della colomba ha solo la glassatura. Però ne sa.

Della colomba invece non son rimasta del tutto soddisfatta, ma al primo tentativo penso sia più che normale e come al solito mi sono frapposta tra me e la buona riuscita della ricetta con diverse sbadataggini colossali. La pasta madre secondo me non era del tutto matura quando ho iniziato la lavorazione, per dirne una. Ci ho messo 40 minuti e alla fine il primo impasto non era incordato nemmeno troppo. L’ho lasciato a lievitare in forno con lucina accesa e questo secondo me ne ha causato un eccessivo riscaldamento… Insomma: non ne ho azzeccata una. Ciò nonostante, la colomba era ottima. Di gusto. Di consistenza era morbida, ma non con quella bella alveolatura regolare e “pettinata” che fa di una colomba ben lievitata la sua marca, ma uéh. Nessuno nasce imparato. Ancor più se come me legge una riga si e quattro no, ha un tratto distintivo nel far ruzzolare per terra qualunque cosa (in primis se stessa), cazzeggia su internet mentre impasta e possiede un forno così efficiente da riuscire a far sudare un lievitato anche solo con la lucina e la ventolina.

Quindi, tornando a noi. Primo problema da affrontare: quale ricetta scegliere. In rete se ne trovano fantastilioni, io ho però una sorta di venerazione per Trattoria Da Martina e allora è lì che sono andata a pesca di idee. Lei si chiama Toppi, ma non toppa mai. E senza inToppi, ho optato per la colomba “light” (È solo 3000 calorie invece di 4500!), versione Papum. Ho letto tutte le istruzioni preliminari (rinfrescare frequentemente i giorni prima, legatura la notte precedente, tre rinfreschi, tenere planetaria e ingredienti richiesti in frigo, non surriscaldare, usare farina con W>350 ecc. ecc.) per essere poi sicura di fare di testa mia perché quando una ha problemi mentali… Eeeeniuei, rimando alla sua ricetta/versione per i dettagli di come fare bene. Io posso solo spiegare come ho fatto (male) io, col risultato di un buon lievitato, gustoso, ma non una colomba da professionisti come la sua.

 

La sera prima del primo impasto avrei dovuto fare la legatura della pasta madre che, a quanto ho compreso, consiste nel fasciarla con del cellophane, spago e un canovaccio, così da far sviluppare bene e trattenere il gas sviluppato internamente (c’è anche un videotutorial disponibile su youtube). Ma io avevo gli occhi iniettati di stanchezza, due borse così e in stato di semiveglia mi son buttata sul letto russando prima ancora di toccare il cuscino e ricordandomi della legatura al mattino quando mi son ritrovata davanti la Jole che faceva capolino curiosa dalla sua casetta dove riposava libera e felice.

 

Alle 8 ho quindi avviato il primo rinfresco, con le dosi da ricetta:

25 g pm

50 g farina W330 (io questa avevo, ma come detto sopra, meglio una farina ancora più tecnica)

25 g acqua

 

Alle 12 e 30 ho fatto il secondo rinfresco

50 g pm

75 g farina

37,5 g acqua

 

Alle 16 ho fatto il terzo

100 g pm

100 g farina

45 g acqua

 

Alle 19 e 30 la pm secondo me non era ancora matura, ma purtroppo non potevo attendere oltre. Anzi già così, pur avvertendo del ritardo, mi son pure beccata una ramanzina! Comunque, ceffate le tempistiche, ho selezionato il cuore del mio terzo rinfresco (tutti gli altri “esuberi” li ho raggruppati e usati per farci del pane) e avviato il primo impasto.

 

Ingredienti

Primo impasto:

135 g pm

3 tuorli

150 g acqua in cui ho sciolto 105 g zucchero

390 g farina W330

155 g burro

50 g acqua a sé

 

Secondo impasto:

Primo impasto

85 g farina W330

15 g miele

4 g sale

30 g zucchero

3 tuorli

30 g burro fuso

Vaniglia (semi di bacca)

Scorza di limone (ci voleva di arancia)

300 g arancia candita

 

Glassa e copertura

30 g mandorle amare

30 g nocciole tostate

55 g mandorle con la pelle

10 g pinoli

225 g zucchero

1/2 albume circa

Mandorle a lamelle

Zuccherini

Zucchero a velo

 

Primo impasto: ho sciolto la pasta madre con i tuorli e poi integrato l’acqua zuccherata. Ho aggiunto farina e burro a tocchetti a poco a poco, lasciando lavorare la planetaria a lungo. Il mio impasto è risultato refrattario all’incordamento, figurarsi alla prova del velo e dopo un tot ho deciso che bom: dovevo proprio andare se no mi tiravano tanti di quegli accidenti i commensali che mi aspettavano che la lievitazione non ottimale sarebbe stato proprio l’ultimo dei problemi. Ho incrociato le dita, conscia che la maglia glutinica l’avevo persa, e infilato nel lievitatore con il forno acceso sperando che almeno lato crescita non mi ci scappassero casinetti. Poi mi sono avveduta di non aver aggiunto la seconda parte di acqua. Figurarsi! E per essere proprio sicura di imbroccare un’altra cantonata, ho acceso la lucina portando la temperatura nel forno a una 30ina di gradi per qualche ora (tempo di una cena fuori), probabilmente troppo per l’impasto che comunque al mattino era parecchio cresciuto.

 

12 ore dopo, secondo impasto

Il primo impasto nonostante tutto è cresciuto; l’ho sgonfiato e aggiunto zucchero, miele e farina. Poi, poco alla volta, tuorli e sale; infine il burro fuso con vaniglia e scorza di limone. L’ultimo passo è stato l’inserimento dei canditi, a bassissima velocità, dopodiché ho appalottolato e lasciato un’ora nel lievitatore (e forse anche qui ho sbagliato; penso che questa sia la fase in cui si lascia l’impasto a “puntare” e che quindi sia meglio utilizzare, come peraltro suggeriva la ricetta originale, un semplice canovaccio per coprire. Poi ho pezzato la colomba: non come da video tutorial, ma facendo tre salsicciotti, uno grande longitudinale e due piccini per le ali. Ero poco fiduciosa della lievitazione e non volevo rischiare che una parte mi rimanesse troppo schiacciata dall’altra, per cui me la son conigliata e l’ho tentata così.

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Ho atteso quindi 8 ore che l’impasto crescesse a sufficienza e cosparso con la glassa, preparata subito dopo aver messo a lievitare l’impasto negli stampi e poi conservata in frigo (ottenuta frullando zucchero, mandorle, nocciole e a poco a poco aggiungendo albume per raggiungere una consistenza spalmabile). Ho ricoperto l’impasto di glassa con la sac à poche, distribuito mandorle a lamelle e zuccherini e infornato a 180° statico con un pentolino d’acqua sul fondo per 45 minuti.

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Siccome già così era molto dolce, non ho spolverato con lo zucchero a velo, ma la ricetta (e l’occhio!) l’avrebbe previsto.

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Soddisfatta in parte, come già accennato, del risultato, mi son ritrovata con uno stampo avanzato, ma poca voglia di rimettermi subito in gioco con una preparazione così complessa che mi avrebbe assorbito un altro week end. Così lo stampo avanzato è diventato il campo prova per un lievitato veloce che se la tira da colomba e ne ha le fattezza, ma chiaramente non la complessità. È un panbrioche con i canditi, ma viste le sue velleità, l’ho ribattezzato pseudocolomba. Per la ricetta ho tratto ispirazione dal panbrioche sofficissimo di Arte in Cucina che è sempre una garanzia: così mi son ritrovata con un ottimo lievitato, dolce e morbido.

 

 

Per lo stampo da colomba da ¾ (quindi 750 g)

250 g latte

100 g pm

500 g farina 0

50 g zucchero

2 tuorli

50 g burro

1 pizzico di sale

1 bacca vaniglia

1 scorza di limone grattugiata

70 g arancia candita

50 g uvetta

 

Glassa e copertura

80 g mandorle con la pelle e senza

125 g zucchero

2 cucchiai albume circa

Mandorle a lamelle

Zuccherini

Zucchero a velo

 

Ho sciolto la pasta madre nel latte e pian piano aggiunto poca farina e zucchero. Ho poi inserito i tuorli, il burro, gli aromi (sempre alternando con cucchiaiate di farina) e concluso con la farina rimanente. Ho finito con i canditi e appallottolato l’impasto, lasciandolo a lievitare per una notte nel forno spento.

Al mattino, ho ripreso l’impasto che ho diviso in 6 pallotte, sistemate ai lati dello stampo da colomba (1 nella testa, 1 nella coda, 1 per ala e 2 nel corpo) e rimesso in forno spento a lievitare. Nel frattempo, ho preparato la glassa frullando mandorle, zucchero e integrando l’albume. Mi è uscita un po’ più liquidina della precedente, ma non me ne son preoccupata: tanto questa mica è la colomba della vita!, mi son detta. In effetti non mi sono manco data pena di distribuirla con la sac à poche: l’ho cazzuolata sulle pallotte lievitate e messo in forno a cuocere il tutto per una quarantina di minuti a 170°. La glassa, colando tra una pallotta e l’altra, ha creato uno strato inferiore di pure deliquio zuccherino. Il risultato finale è stato così commovente che l’oggetto è scomparso nel giro di poco. Da rifare!!!! Purtroppo le foto non gli rendono giustizia… ^_^’

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Con lo stesso impasto della pseudo colomba, meno la glassa, ho creato questa piccola treccia (era un po’ di più di quello che mi sarebbe servito per lo stampo da colomba!). L’ho fatta lievitare poco per cui è rimasta un po’ compatta, ma spennellata di albume e cosparsa di zuccherini, anche lei ha fatto un’ottima riuscita, sopravvivendo… Mezza serata! ; )

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Torta di rose con crema al limone

Ricetta espunta dall’Ostrichetta Pasticciona (ma che nome carinooooo) e più precisamente da qui, per una teglia da 25 cm di diametro.

Come al solito, ho voluto complicarmi la vita e invece che fare la crema pasticcera con 4 tuorli come da ricetta originale, ne ho fatta una con due uova intere. Peccato che ovviamente sia rimasta molto più liquida e di conseguenza mi sia colata prevalentemente fuori dal rotolo e abbia pertanto dovuto sacrificarmi sorbendola con la cannuccia dalla madia inondata. Al netto della mia capacità di sfidare le leggi della logica per incasinarmi la vita, la ricetta è ottima, la torta pure e nonostante il mio apporto entropico è stata anche un successone in termini di consumo perché è finita praticamente la sera stessa in cui l’ho portata. Da riproporre sicuramente!

Per la crema:
1/2 l latte
4 tuorli 2 uova
60 g di farina
120 g di zucchero
1 buccia di limone

Io ho schiaffato tutto nel Bimby 7 min. 90° vel. 4, ma chiaramente si può cuocere nel pentolino, avendo cura di sbattere prima un po’ le uova con lo zucchero per amalgamare ben gli ingredienti e poi colare il latte a filo con la farina per far uscire meno grumi, mescolando sul fuoco finché non rapprende. A cottura ultimata, in un caso e nell’altro, coprire con pellicola e lasciar raffreddare. Con queste dosi la crema, ribadisco, rimane più liquida, rendendo poi difficile il passaggio nel rotolo. Consiglio quindi due cose, se non si vogliono buttare/archiviare gli albumi: aumentare la farina (magari aggiungendo amido di mais o fecola di patate per una texture un po’ più setosa) e, appena tiepida, infilare la crema nel frigo. Penso che in questo modo sia più gestibile l’operazione di Shpalmo.

Nel frattempo, per l’impasto:
180 g di lievito madre
200 ml latte
1 uovo
200 g manitoba
300 g farina 0
60 g olio di semi
90 g di zucchero
1 pizzico di sale vanigliato
1 buccia di limone

Sciogliere il lievito madre con il latte e aggiungere uovo, farine e zucchero. Integrare olio, buccia di limone e pizzico di sale, portando l’impasto a incordatura. Impallottare e mettere a lievitare per almeno 5 ore (io una nottata).

Riprendere l’impasto stendendolo in un rettangolo, spalmarvi la crema, arrotolare e tagliare in tronchetti di 3/4 cm di altezza, disponendoli in verticale nella teglia (foderata cn carta da forno) e chiudendo il culetto in fondo, sicché di crema ne esca il meno possibile. Coprire con un foglio di cellophane e lasciare nuovamente a lievitare al riparo da correnti (il forno spento è sempre il luogo ideale) fino al raddoppio. Nel mio caso, dalla mattina alla sera.

Quando le rose sono belle rigonfie, estrarre dal forno, versare un pochino di crema sulle rose e infornare a 200° statico per 40 minuti. Io ho coperto fin da subito con un foglio di carta stagnola perché temevo che la crema si sbruciacchiasse e diventasse poi amara.

La crema che mi è avanzata, l’ho invasettata e portata assieme alla torta per un rinforzino di condimento… Ed è misteriosamente scomparsa!

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